La rivista Cinema 60 Nosferatu
 
La rivista oggi
Vedere il cinema
Vedere l'audiovisivo
I nostri collaboratori
Dove comprarci
Come trovarci
Come abbonarsi
Biblioteca del Cinema Umberto Barbaro
Mail Us
Home

anno LI

n.304/305

In questo numero:

 

Editoriale
Una malattia cronica (Mino Argentieri)

Prima fila

"Gli amori folli " (Roberto Chiesi)

"Marpiccolo", "Good morning, Aman", "Alza la testa" (Stefano Coccia)

"Agorà" (Elisabetta Mustillo)

Lineamenti

L'unità d'Italia non è un tema scontato (Pasquale Iaccio)

Un Viagra targato 3D (Claudio Bertieri)

Angolazioni

Il senso delle cose (Mino Argentieri)

Rohmer: l'incontro e la linea tortuosa dell'armonia (Paolo Lago e Paolo Landi)

Dossier Furio Scarpelli

L'Italia dei soliti ignoti - Interviste con Furio Scarpelli, Paolo Virzì, Francesca Archibugi, Mario Monicelli (Federico Govoni)

Il piacere della scrittura in due (Angelo Pizzuto)

Dentro di noi (Pasquale Iaccio)

Diario di uno spettatore

L'ultimo Kurosawa (Giancarlo Sepe)

Mostre, rassegne e festival

Cannes 2010, giorno per giorno (Umberto Rossi)

Taormina Film Fest (Nino Genovese)

Polonia allo specchio (Umberto Rossi)

Cinema e teatro

Ipazia e i bozzetti dell'"Oro di Napoli" (Angelo Pizzuto)

Occhio Critico

Miscellanea

Punti di vista a confronto (a cura di Tania Patrini)

Contro video (Monitor)

Indicatore librario (a cura di Angelo Salvatori)

 

 

 

 
 

VEDERE IL CINEMA

Questioni di storia e di politica

Perché nacque Cinemasessanta ? La maggior parte dei fondatori nel 1959 già scriveva di cinema su tribune autorevoli: Argentieri sull' "Unità"; Chiaretti era il critico cinematografico de "Il Paese"; Quaglietti collaborava a numerose riviste. Ma tutti avevano bisogno di potersi muovere su un piano superiore di libertà. Non volevano quegli impedimenti, chiusure, precauzioni, autocensure inevitabili in giornali o riviste ufficiali. C'era l'intenzione di smuovere le acque ed era quindi necessaria una vetrina, uno spazio dove poter essere coerenti fino in fondo. Nessuno, in verità, si sentiva imbavagliato, ma tutti avevano bisogno di dar vita a una libera rivista di cinema, avendo davanti un quadro in forte evoluzione: si assisteva, nei sessanta e settanta, al risveglio di numerose cinematografie. Oltre alla Nouvelle vague in Francia, al Free cinema in Gran Bretagna, al New American Cinema e al Nuovo cinema Brasiliano, all'Underground degli Stati Uniti, al cinema polacco, ungherese, cecoslovacco e sovietico all'est, c'erano segnali importanti anche in Italia, dove fino alla fine della seconda metà degli anni cinquanta si era prodotta una stagnazione. Nel 1959, al Festival di Venezia aveva vinto Il generale della Rovere di Rossellini e nella stessa sede fu premiato La grande guerra di Monicelli: la stampa era elettrizzata, ma i più accorti fiutavano il pericolo che dilagasse un equivoco culturale, cioè che questi due film fossero scambiati per qualcosa di molto vicino al neorealismo del dopoguerra, quello di Sciuscià di De Sica o di La terra trema di Visconti.
Si intuiva, e lo intuiva con molta sensibilità il gruppo promotore di Cinemasessanta, che il recupero di certi elementi formali, di motivi e tecniche nel neorealismo stava avvenendo all'interno dei canoni del cinema industriale. Si configurava un nuovo prodotto, un diverso tipo di merce industriale, con molti accorgimenti e furberie: per certi versi era lecito salutarlo con favore, ma per altri era evidente che non annoverava i valori poetici e l'audacia espressiva del fenomeno originario. Non interessava come modello. Questo è il movimento di pensiero che segnò il nascere e i primi anni di vita della rivista, da ricollocare, naturalmente, in una visione storica: ma molti degli spunti di allora hanno validità ancora oggi.
Torniamo ancora agli anni sessanta: l'industria cinematografica italiana era in vigorosa ripresa anche sul piano qualitativo. Cinemasessanta voleva batteri per contribuire a ottenere spazi liberi, per un tipo di elaborazione creativa non necessariamente compatibile con le leggi del mercato. Spina dorsale della rivista non era, e non è ancora oggi, l'identificazione in una poetica o in alcuni autori (il dibattito è aperto), ma una battaglia per la conquista di gradi sempre maggiori di libertà, per la creazione di strutture, leggi, condizioni materiali e culturali che permettessero di fare quello che l'industria non consentiva, se non in via ultrastraordinaria. La liberalità più assoluta di Cinemasessanta ha sempre fatto sì che la rivista non potesse essere considerata di "tendenza", nell'accezione corrente del termine.

Questioni di teoria e di metodo

Ci sono, all'interno di Cinemasessanta, alcuni punti fermi e irrinunciabili. La sovranità della fantasia, lo sguardo critico sul mondo, l'innovazione del linguaggio, la profondità degli angoli prospettici, l'ancoraggio alla ragione, la pacatezza della valutazione, l'idiosincrasia per la perentorietà, per i toni esclamativi ed enfatici, per il manicheismo, per le facili infatuazioni, per la cinefilia obnubilata da propensioni emotive, appartengono allo stile della rivista, ad un suo modo di porsi davanti al cinema.
Nata per iniziativa di critici di formazione marxista, la rivista è sempre stata ed è tuttora nutrita da apporti culturali molteplici; ha avuto una sua trasversalità, è stata ed è una perenne tavola rotonda, intorno a cui si confrontano critici di diversa estrazione ideologica, culturale e politica: marxisti e laici, cattolici e radicali, socialisti e post comunisti che hanno un denominatore comune nella opposizione a quella che Jack Lang, l'ex ministro francese della cultura ha definito, con espressione felice: "la colonizzazione dell'animo umano da parte del sistema commerciale mondializzato e, in particolare, la vampirizzazione insidiosa degli spiriti dei giovani, da parte della filosofia del vuoto."
Da un nostro lettore non si pretende che accetti tutto quello che è scritto su Cinemasessanta, ma gli si chiede che, di volta in volta, misuri il grado di intelligenza riposta nella nostra lettura critica del fenomeno cinematografico e audiovisivo in genere, per stabilire se i nostri approcci, i nostri termini di confronto sono o no necessari al fine di accrescere i corredi culturali, di cui il cinema e la comunicazione audiovisiva abbisognano per non cristallizzarsi.


 

[home] - [biblioteca del cinema] - [cinema 60]